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sabato 30 maggio 2020

ETICA

STEP #21


«Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro altre no» Epitteto
 

 

 

Epitteto affermò: "gli atti e le cose che sono in nostro potere dipendono da noi, dalle nostre scelte; le cose che non sono in nostro possesso invece, sono sottoposte alla giurisdizione della Fortuna."
L’esposizione dell’uomo alla Fortuna, e la sua precarietà dell’esistenza, sono stati eletti come motivi principali per affermare una possibile etica della virtù. Ovvero: si è creduto che la precarietà umana potesse permettere all’uomo di provare un sentimento positivo nei confronti dell’altro, un sentire solidale e che la socialità potesse emergere come tratto distintivo fra gli uomini.
L’esperienza e la storia attestano il contrario. Il tentativo di placare l’incontrollabilità della Fortuna si è risolto con la costruzione di una gabbia, lo Stato e ci si è affidati alla speranza. Infatti nella storia dell’Occidente uno Stato forte, toglie libertà per dare sicurezza (Hobbes) e un’umanità che affida il proprio agire ad un ente trascendente, o al sentimento della speranza.
"La fragilità del bene" della filosofa americana Martha C. Nussbaum affronta la questione dell’etica della virtù arricchendola di considerazioni relative anche al pensiero di Epitteto. La Nussbaum, in realtà, intraprende un percorso di studio che parte dall’analisi della tragedia greca, arrivando fino ad Aristotele. La sua tesi è: non si può opporre alla Fortuna un atteggiamento morale che indichi un Bene altro da noi come riferimento per le nostre azioni; è necessario invece prendere in forte considerazione il carattere tragico dell’esistenza e porre un argine fra noi e il fluttuante mare delle cause esterne. Si tratta, insomma, di rivalutare in modo deciso un’etica stoica, che sì è un’etica della virtù, ma non è ingenua e sa che la potenza delle cause esterne è molto maggiore della forza della virtù.

venerdì 29 maggio 2020

ZIBALDONE

STEP #20


Giacomo Leopardi è un pilastro della letteratura italiana, ritenuto il maggior poeta dell'Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale. Nacque il 29 giugno 1978 a Recanati.
Esso viene definito tutt'oggi scrittore, poeta, filosofo e filologo.
Le sue opere principali furono: "Epistolario", "Gli interventi nel dibattito classico-romantico", lo "Zibaldone di pensieri", "Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani", le "Operette morali" ed "I Canti".





Essendo questo blog incentrato sul rapporto tra filosofia ed ingegneria analizzeremo una delle opere più importanti dal punto di vista filosofico ovvero: lo "Zibaldone di pensieri" e in particolare ricercheremo all'interno di esso il concetto di fortuna.

LO ZIBALDONE

Si tratta di un diario personale che raccoglie i pensieri e le riflessioni di Giacomo Leopardi. Comporto tra il 1817 ed il 1832, ed è composto da 4526 pagine.
Il titolo deriva dalla caratteristica della composizione letteraria, infatti è mistura di pensieri, proprio come  l'omonima vivanda emiliana che è costituita da molti ingredienti diversi.
All'interno dell'opera è assai ricorrente il concetto di fortuna da me preso in esame.




« È proprio degli uomini l’ammirar la fortuna e il buon successo delle intraprese, l’essere strascinati da questo e da quella alla lode, e per lo contrario dalla mala sorte e dal tristo esito al biasimo, l’esaltare chi ottenne quel che cercò, il deprimere chi non l’ottenne, lo stimar colui superiore al generale, costui uguale o inferiore, il credersi minor di quello e da lui superato, maggior di questo od uguale; insomma, il distribuir la gloria secondo la fortuna. Questa proprietà degli uomini di tutti i tempi avea maggior luogo che mai negli antichi. L’esser fortunato era la somma lode appo loro. E ciò per varie cagioni. Primieramente la fortuna non si stimava mai disgiunta dal merito, per modo ch’eziandio non conoscendo il merito, ma conoscendo la fortuna d’alcuno, si reputava aver bastante argomento per crederlo meritevole. Come negli stati liberi pochi avanzamenti si possono ottenere senz’alcuna sorta di merito reale, e come gli antichissimi popoli nella distribuzione degli onori, delle dignità, delle cariche, dei premi, avevano ordinariamente riguardo al merito sopra ogni altra cosa, cosí e conseguentemente stimavano che gli Dei non compartissero i loro favori, che la fortuna non si facesse amica, se non di quelli che n’erano degni: talmente che anche i doni naturali, come la bellezza e la forza, si stimavano compagni»

In questo spezzone viene analizzato il rapporto tra merito e fortuna presso gli antichi, essi intendevano la fortuna come una lode mentre la sfortuna come una giusta punizione.



«Noi che non riconosciamo né fortuna né destino né forza alcuna di necessità personificata che ci costringa, non abbiamo altra persona da rivolger l’odio e il furore (se siamo magnanimi e costanti e incapaci di cedere) fuori di noi stessi; e quindi concepiamo contro la nostra persona un odio veramente micidiale, come del piú feroce e capitale nemico e ci compiaciamo nell’idea della morte volontaria, dello strazio di noi stessi, della medesima infelicità che ci opprime e che arriviamo a desiderarci anche maggiore, come nell’idea della vendetta contro un oggetto di odio e di rabbia somma.»

In questo altra parte invece la fortuna viene concepita come un vero e proprio essere animato o non, a cui attribuire felicità ed infelicità. E le persone che non vi credono si autoaccusano della propria infelicità e tutto questo porta ad un malessere psicologico e al pessimismo.





lunedì 25 maggio 2020

FILOSOFIA CONTEMPORANEA

STEP #18

Nello step 12 ci siamo occupati della concezione del termine fortuna all'interno del pensiero filosofico medioevale e moderno quindi è del tutto logico andare a ricercare la concezione della fortuna nel pensiero contemporaneo.

Come già abbiamo detto più volte il latinismo del termine fortuna ovvero fortunam ha una concezione pressoché simile ma concerne più ambiti dal punto di vista semantico.
Fortunam viene tradotta con il termine sorte oppure destino che potremmo definirlo come significato primordiale della parola fortuna.

Schopenhauer:


«Il destino assomiglia al vento, poiché ci spinge rapidamente in avanti, oppure ci rigetta all'indietro; contro di ciò poco possono fare le nostre fatiche e i nostri sforzi.»

«Il destino mescola le carte e noi ci giochiamo.»

«Nella vita accade come nel gioco degli scacchi: noi abbozziamo un piano, ma esso è condizionato da ciò che si compiacerà di fare nel gioco degli scacchi l'avversario, nella vita il destino.»


Per Schopenhauer il destino è definito come l’insieme di quelle circostanze che sfuggono al nostro controllo: nascere in una determinata epoca, in un luogo specifico e in una determinata famiglia; oppure, vivere determinate condizioni storiche. Ma siamo noi a decidere cosa fare con quello che abbiamo.
Inoltre, nella prima citazione sopra riportata di Schopenhauer suggerisce l’importanza di definire un punto per potere avanzare, una fine. Non è possibile affrontare le vicissitudini con successo se non facciamo chiarezza sulla direzione che stiamo prendendo. Il “cosa” aiuta a trovare il “come”.

 


Italo Valent:




«Il caso prefigura il destino come assoluta autodeterminazione dell’esistente; il destino riconfigura il cosmo a cifra inviolabilmente decretata, non suscettibile di analisi, dubbio, calcolo, come archetipo unico e universale






Italo Valent nel suo intervento “Tra il caso e il destino” contenuto in “Il caso e le sue voci
riesce ad affermare, attraverso diversi paragoni, come il caso, in senso ontologico, è un sinonimo di destino
Egli definisce caso come occasione che si presenta, essa è imprevista e va intesa come qualcosa che ci cade tra i piedi.
L'uomo nei confronti del caso, nel porsi di fronte al suo presentarsi, dà ambivalenza. Se da un lato il casuale è infatti inteso in quanto tale come irrilevante, si percepisce peraltro l’opportunità di porlo invece in spicco, per non perdere l’occasione in cui esso consiste. 
Il caso può dunque essere inteso come irrilevante, ma solo in apparenza, mentre invece è apertura e possibile fuoriuscita verso un nuovo ulteriore. Ma proprio per questo esso deve essere pensato come come primigenio disordine da cui scaturisce la caduta secondo un meccanismo cieco.
E qui, secondo Valent, il caso si congiunge al destino perchè pure il destino è da intendersi come procedere indifferente alla volontà. Anche il destino è inteso come un venire dall’alto. Ma il destino, pur venendo dall’alto, non cade semplicemente nel basso come il caso. Esso configura piuttosto l’evento e quindi lo tocca permanendo al di sopra di esso.
Il caso è non revocabile nel senso che una volta avvenuto è passato. Il destino è invece sempre tale in quanto è svolgimento di una relazione in atto.
Nel caso la coscienza è tagliata fuori, viene sempre dopo,  resta presa alla sprovvista. Mentre nel destino la coscienza è come divisa, nella contraddizione dell’uscire da sè verso la necessità del legame e la resistenza allo strappo da cui ci si sente trascinati.
Nell’intreccio di tutte queste distinzioni, caso e destino si configurano come figure annodate, secondo una certa ben precisa struttura, in un certo senso complementari e rimandanti l’una all’altra. Nel modo che, come dice Valent: “il caso prefigura il destino come assoluta autodeterminazione dell’esistente; il destino riconfigura il cosmo a cifra inviolabilmente decretata, non suscettibile di analisi, dubbio, calcolo, come archetipo unico e universale”.




Per saperne di più:

sabato 2 maggio 2020

LA FORTUNA NEL PENSIERO FILOSOFICO MEDIOEVALE E MODERNO

STEP  #12

Il concetto di fortuna e prima ancora il latinismo fortunam (sorte), sono da sempre stati termine molto importanti dal punto di vista filosofico, infatti essi prendono parte a pensieri differenti nel corso delle diverse epoche.
 

FILOSOFIA MEDIOEVALE:

ARISTOTELE:


«noi osserviamo che nel cielo nulla avviene a caso, mentre nelle cose che ... non avvengono fortuitamente, molte ne capitano accidentalmente per fortuna: eppure, evidentemente, si sarebbe dovuto riscontrare appunto il contrario» 
Fisica, II.

«nessun essere privo di anima, nessuna bestia, nessun fanciullino fa nulla per fortuna, perché non ha la facoltà della scelta; e per costoro non c’è né prosperità (eutychía) né sfortuna (atychía), a meno che non si voglia parlare per similitudine, come diceva Protarco: che son fortunate le pietre da cui si cavano gli altari, perché sono venerate, mentre le loro consorelle vengono calpestate!»
Fisica, II.

«alcune cose avvengono sempre allo stesso modo [secondo necessità] e altre per lo più [secondo uniformità], è chiaro che di nessuno di questi due gruppi di cose, ossia né di ciò che avviene per necessità e sempre, né di ciò che avviene per lo più, si può affermare che siano causa la fortuna o il fortuito. Ma poiché, oltre a questi, si verificano anche altri accadimenti e tutti dicono che essi sono fortuiti, è ovvio che la fortuna e il caso sono pur qualche cosa: difatti, noi sappiamo che le cose di tal genere sono per fortuna, e che tali cose fortuite sono appunto di tal genere»
Fisica.

«Poiché molte cose avvengono per caso e differiscono per grandezza e piccolezza, i piccoli avvenimenti, sia quelli felici sia quelli disgraziati, è chiaro che non hanno gran peso per la vita, mentre quelli grandi e numerosi, se sono favorevoli, renderanno la vita più felice (giacché per loro natura ne costituiscono un ornamento, ed il fruirne è cosa bella e di valore); se invece sono avversi angustiano e distruggono la beatitudine, giacché portano con sé sofferenze ed ostacolano molte attività. Tuttavia anche in questi riluce la nobiltà, quando si sopportino di buon animo molte e grandi disgrazie, non già per insensibilità, ma perché si è generosi e magnanimi. »
Etica Nicomachea.


EPICURO:



«Questo genere d'uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode. Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell'atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa ‐ la divinità non fa nulla a caso ‐ e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l'avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell'ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l'uomo che vive fra beni immortali. »
Epicuro, Lettera a Meneceo.



FILOSOFIA MODERNA:

FREUD:


«Due sono le differenze fra me e il superstizioso: in primo luogo egli proietta all’esterno una motivazione che io cerco nell’intimo; in secondo luogo egli interpreta il caso per mezzo di un accadimento e io invece lo faccio risalire ad un pensiero. Ma quel che per lui è occulto corrisponde a ciò che per me è inconscio.»
Psicopatologia della vita quotidiana.

SPINOZA:



«Fra i tanti vantaggi offerti dalla natura i ricercatori hanno dovuto trovare non poche cose svantaggiose, quali tempeste, terremoti, malattie eccetera: e hanno stabilito che questo si verifica perché gli Dei sono irati a causa di offese recate loro dagli umani o di scorrettezze commesse nel culto; e sebbene l’esperienza quotidiana affermi a gran voce e mostri con infiniti esempi che fortune e sfortune toccano nella stessa maniera e indistintamente ai pii e agli empi, quei ricercatori non hanno dimesso il pregiudizio ormai inveterato, giudicando che porre quella incomprensibile uniformità fra le altre cose ignote, delle quali non si conosce il perché, e conservare così la loro presente e innata condizione di ignoranza, sia più facile che demolire tutte quelle loro costruzioni e concepirne un’altra, nuova: e su una tale base hanno decretato, come cosa certa, che le risoluzioni degli Dei superano di gran lunga il comprendonio umano
Etica

«Questa dottrina c’insegna come dobbiamo comportarci riguardo alle cose fortuite ossia estranee al nostro potere, cioè riguardo alle cose che non dipendono dalla nostra natura e dalle sue facoltà: appunto, aspettare e vivere senza alcun patema d’animo le manifestazioni della "fortuna" e della "sfortuna": cosa del tutto ragionevole, poiché tutti gli eventi procedono dall’eterna determinazione di Dio con la stessa necessità con cui dalla natura del triangolo procede che la somma dei suoi tre angoli interni equivalga a due angoli retti.»
Etica


Inoltre nel pensiero moderno sono importanti anche le teorie di Leibniz e Bossuet i quali sostengono che se l'uomo crede che ci siano avvenimenti che si producono per caso questo è dovuto alla contingenza della ragione umana incapace di elevarsi alla necessità del sapere divino che ha tutto organizzato ab aeterno in un'armonia prestabilita del cosmo e della storia.



Per saperne di più:

sabato 18 aprile 2020

CASO O FORTUNA

È difficile distinguere concettualmente queste due parole, infatti tutt'ora vengono considerate una sinonimo dell'altra.
Etimologicamente le parole derivano da verbi latini differenti ma sostanzialmente molto simili. Fortuna deriva dal verbo ferre (portare) e caso deriva dal verbo cadere (cadere, accadere), entrambi i verbi esprimono movimento e di conseguenza un'azione, una prima differenza possiamo notarla dal fatto che il primo verbo è transitivo ovvero estende l'azione su un complemento oggetto, mentre il secondo verbo è intransitivo ovvero l'azione si esaurisce completamente nel soggetto.

Per capire meglio tale differenza sotto un punto di vista puramente concettuale è allora utile basarsi sulla filosofia ed in particolar modo sul pensiero aristotelico. Infatti Aristotele sosteneva che ci fosse differenza tra fortuna ed il caso. Egli scrisse:







«Essi differiscono perché il caso ha maggiore estensione. In effetti, tutto ciò che proviene dalla fortuna proviene dal caso, ma non tutto questo proviene dalla fortuna. Ché, la fortuna e ciò che proviene dalla fortuna sono propri di tutto ciò che a cui potrebbero appartenere anche l’ottenere prosperità e, in generale, l’agire. Per questo è pur necessario che la fortuna abbia per dominio le cose che sono oggetto d’azione.»
(Aristotele, Fisica)








La fortuna «è causa accidentale», e differisce dal concetto di caso dal momento che essa si riferisce a fatti pratici, mentre il caso si riferisce sia a questi ma anche agli oggetti inanimati e agli essere privi di capacità cognitiva . «È chiaro, dunque, che la fortuna è una causa accidentale nelle cose che avvengono per scelta in vista di un fine».
A tal proposito Aristotele propose un esempio per meglio spiegare il suo pensiero. Egli immaginò una situazione in cui la fortuna palesemente arridesse ad un individuo, e in cui il fine non è il movente dell’azione ma è semplicemente frutto del potere della dea bendata: un creditore si reca al mercato, e vi si reca non con l’intenzione di incontrare il suo debitore, bensì per i fini più diversi. Ma l’incontro col debitore avviene senza nessuna programmazione, sebbene la volontà di riscuotere la somma fosse inconsciamente presente nel creditore. Tale evento è dunque fortuito. «Se, invece, egli ci fosse andato premeditatamente e per quello scopo, sia che frequentasse quel luogo sempre sia che per lo più egli stesse lì a riscuoter danaro, il fatto non sarebbe accaduto fortuitamente».
Quindi, «La fortuna è una causa accidentale nelle cose che avvengono per scelta in vista di un fine» quindi accade ad esseri dotati di volontà, e tuttavia avviene come effetto accidentale, in quanto non previsto dalle loro volizioni.
Nella Fisica Aristotele precisa che «la fortuna e il fortuito sono propri di quelle cose cui si potrebbe attribuire il successo o, comunque, un pratico risultato. Perciò è anche necessario che la fortuna sia limitata ai fatti pratici , sicché quanti non possono agire, non possono neppure far qualcosa di fortuito».


Busto di Aristotele di Lisippo

sabato 11 aprile 2020

DIALOGHI DI PLATONE

STEP #08   

«Araldo: "Non sarà un demone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Chi è stato sorteggiato per primo, per primo scelga la vita alla quale sarà necessariamente congiunto. La virtù non ha padrone, e ognuno ne avrà in misura maggiore o minore a seconda che la onori o la disprezzi. La responsabilità è di chi ha fatto la scelta; la divinità è incolpevole"».
(Platone, Repubblica, capitolo X)


Platone non ha esplicitamente formulato un concetto di fortuna, però, si può rintracciare analizzando attentamente i suoi dialoghi.
Essa non deve essere intesa con il significato odierno bensì con il significato primordiale ovvero bisogna concepirla come una forza sovrannaturale che regola la vita degli uomini. È da intendersi come il termine latino fortunae, ovvero destino.
La fortuna per Platone ha una connotazione morale e si presenta sotto forma di virtù, e attraverso l'esercizio di quest'ultima si può raggiungere la sophia ovvero la sapienza intesa come possesso teorico di scienza e capacità morale di saggezza.
Le parole di Lachesi vogliono evidenziare il fatto che la virtù dipende da ognuno di noi e dalle sue scelte le quali bisogna compierle con responsabilità. Quindi per ogni persona non vi è un destino già scritto bensì saranno le scelte della persona stessa a scriverlo e non esiste un essere sovrannaturale in grado di controllare ogni vita (Faber est suae quisque fortunae).
La citazione riportata è tratta dal libro X della Repubblica in particolare durante la narrazione del mito di Er.


IL MITO DI ER:
Il mito narra di Er, figlio di Armenio, il quale morì durante una guerra e prima di essere sepolto si ridestò dal sonno mortale e raccontò quanto aveva visto nell'aldilà.
Rivelò che la sua anima, dopo essere uscita dal corpo, si mise in viaggio con altre anime per raggiungere un luogo divino dove sedevano i giudici delle anime, i quali indirizzavano quelle giuste in cielo e quelle ingiuste sottoterra dove dovevano espiare le proprie colpe con una pena decupla di quello che avevano commesso in vita per diventare anime pure, in particolare le pene dei tiranni non potevano essere espiate.
Ad Er venne ordinato di ascoltare ed osservare cosa avveniva per poi raccontarlo agli uomini.
Dopo aver scontato le pene, le anime potevano risalire un imboccatura, la quale se non si era scontata pienamente la pena echeggiava e le anime venivano rispedite negli inferi.
Dopo aver trascorso sette giorni in un prato le anime dovevano mettersi in cammino fino a raggiungere un fascio di luce, simile all'arcobaleno, dove a capo vi era il fuso di Ananke che era formato da otto vasi concentrici rotanti disposti uno dentro l'altro. In ogni cerchio si muoveva una Sirena che emetteva una sola nota e l'insieme delle otto note formava una melodia.
Inoltre vi erano altre tre donne, le moire, figlie di Ananke: Lachesi, Cloto e Atropo.
Le anime dopo aver raggiunto il luogo venivano messe in fila da un araldo e Lachesi estraeva dalle sue ginocchia le sorti e modelli di vita e le anime dovevano scegliere il proprio destino e nessuna sarebbe stata favorita, ogni anima sarebbe divenuta responsabile della propria scelta.
Dopo aver compiuto la scelta ogni anima ricevette da Lachesi il daimon, custode della vita ed esecutore della scelta. Successivamente l'anima giungeva al cospetto di Cloto la quale sanciva il destino e successivamente al cospetto di Atropo che rendeva immutabile la scelta.
Scese la sera e le anime si accamparono presso il fiume Amelete e tutte le anime tranne Er furono costrette a bere l'acqua del fiume la quale face dimenticare ogni cosa accaduta.
Nella notte ci fu un tuono ed un terremoto che trasmigrò le anime nelle nuove vite e fece ritornare l'anima di Er nel suo corpo.

Le tre Moire



Per saperne di più:





CONCLUSIONE BLOG

Arrivati alla fine di questo viaggio all'interno della fortuna non resta che augurarci buona fortuna per l'esame!